Intervista alla dott.ssa Maria Luisa Bassani sul "maestro unico"

Cooperativa sociale"Il Pellicano" - Bologna

Intervista a Maria Luisa Bassani, neuropsichiatra infantile, già giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Bologna, pu

Intervista a Maria Luisa Bassani, neuropsichiatra infantile, già giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Bologna, pubblicata sulla rivista "Pelly" della scuola paritaria “il Pellicano” di Bologna

 

 

Si fa un gran parlare in Emilia Romagna e in tutt’ Italia del maestro unico o maestro prevalente.

La questione ha acceso gli animi, diviso la politica, tuttavia per capirci qualcosa forse è meglio partire dall’esperienza. È per questo che ci siamo interrogati sulla nostra esperienza pluridecennale, da sempre focalizzata sul cosiddetto modulo stellare ovvero il maestro prevalente. La prima questione che ci poniamo è se è ancora valida oggi, visto che - si dice da più parti -  che anche le analisi comparative sembrano premiare l’attuale assetto della scuola primaria italiana, fondato su un’equipe di docenti.

 

 

 

Luisa Bassani: “Siamo partiti nel 92 con la scuola elementare, proprio in concomitanza con la riforma che introduceva i moduli. La proposta di più punti di riferimento ci sembrava semplicemente non  corrispondente al bisogno del bambino. Il problema è complesso e a scuola

 va affrontato in modo non ideologico. Quest’anno, ad esempio, davanti ad una  contingenza specifica abbiamo inserito due insegnanti in una sezione di classe   4a; l’abbiamo fatto  perché ritenevamo che i bambini, dopo un’esperienza continuativa di 3 anni con la maestra fortemente prevalente, fossero in grado affettivamente ed emotivamente  di affrontare una doppia presenza e quindi una diversa modalità di declinazione della proposta, che però avviene sempre dentro un punto unitario di riferimento; comunque abbiamo mantenuto la prevalenza oraria di uno tra i due. Il motivo per cui la scelta del modulo stellare rimane  valida è legato sia alla età dei bambini della scuola primaria, quindi al loro grado di sviluppo psico-affettivo, sia a un problema più generale di concezione della realtà e della persona ,cioè la unitarietà..

 

Domanda: Cosa vuol dire un approccio unitario?

Bassani: Il bambino è uno ed unito, ma prende coscienza di se stesso e della propria unità attraverso l’adulto che ha coscienza di questa sua unità, la riconosce e la preserva. E’ attraverso il riconoscimento di un altro che il bambino prende coscienza di sé; per tutto l’arco della scuola primaria  la  necessità del  bambino è esserci e per consistere gli serve un riconoscimento, quindi apprende le cose solo da chi gli consente questa esperienza Il maestro ha una visione globale del bambino, delle sue esigenze e ha anche uno sguardo sintetico sul reale a cui introduce il bambino.

Un  bambino reagisce al particolare con tutto ciò che  ha , intelligenza emozioni sentimenti affetti, con un approccio globale, cioè in modo intero. Però il bambino parte dal particolare

e attraverso il particolare si fa una immagine dell’intero. Se noi immettiamo innumerevoli frammenti di conoscenza, sempre più specifici senza un orizzonte sintetico e significativo trasmettiamo la realtà come un puzzle sostanzialmente incomprensibile, un marasma privo di senso; infatti il particolare prende il suo significato nell’innesto con il tutto, dal contesto materiale  fino all’orizzonte a cui un pezzo di realtà è sotteso, che ne modifica il significato. Ci vuole insomma un adulto che  restituisca al bambino quel particolare dentro quel tutto di cui  quel particolare è parte.

 

Domanda: C’è chi dice che, proprio per rispettare il mistero di questo tutto, la scuola debba limitarsi a dare competenze, informazioni...

Bassani: Questo è il punto chiave sotteso alla controversia sul maestro unico, il tema educativo. Ormai tutti concordano sulla emergenza educativa, però davanti alle scelte, come quella di come deve funzionare la scuola, il tema educazione scompare; come si connette la scelta a modulo con questa esigenza di educazione? L’aspetto per me del maestro prevalente è legato proprio  a come concepiamo il crescere e l’apprendere: o diventare grandi significa arrivare al momento in cui si è in grado di fare a meno di un maestro o, per compiersi, bisogna trovare e seguire un altro in altre parole se il punto centrale della vita è fare da sé o avere un punto a cui guardare per compiersi. Al Pellicano la scelta è chiara ed esplicitata,  la nostra strada è la seconda,  certamente più rispettosa della natura e del modo di funzionare del bambino.

Il bambino naturalmente ha bisogno di  attaccarsi  e seguire qualcuno per crescere e conoscere, se per paura  di  esercitare il  potere che un adulto ha verso un bambino, quello di dargli forma e introdurre una propria visione delle cose,  ci ritiriamo in una posizione di non compromissione e ci limitiamo a fornire  competenze, cioè degli strumenti, il bambino si adatta: separa ciò che apprende da ciò vive;  se, con l’intento di attrezzare il bambino ad arrangiarsi da solo nella realtà e a trovare da solo la sua strada,. questa sua esigenza di seguire una proposta gli  viene negata il bambino non smette di introdurre elementi di conoscenza ; la sua capacità di apprendere continua a funzionare e i dati, il bambino, li accumula, ma questi dati non entrano, non partecipano alla forma che il bambino prende, non partecipano alla costruzione della sua persona. Ne abbiamo riscontri evidenti: bambini con tante competenze, tante cognizioni teoriche, ma sostanzialmente incapaci a stare al dato reale, che non sanno utilizzare queste competenze per vivere; ma soprattutto  sono bambini insicuri, agitati, perché sostanzialmente lasciati soli davanti alla realtà, quindi spesso tristi.

 

Domanda: ma allora, uno che lavori in un contesto di scuola a modulo, lavora invano?

Bassani: certamente no, perché nel fare scuola  è fondamentale e prioritario, rispetto alla struttura, l’atteggiamento della persona  che lavora col bambino,  come l’insegnante vede il bambino e come vede la propria proposta didattica, strada sostanziale di un lavoro educativo. E’ certamente possibile che qualcuno abbia quello sguardo globale sul bambino anche se lavora in un modulo, ma è una operazione più difficile. In particolare  l’autorevolezza con cui l’insegnante  fa la sua proposta è fortemente sminuita, relativizzata. Per un bambino  piccolo, nel momento in cui si relativizza la proposta, di fatto si annulla la proposta. Alla fine lasciamo che il bambino, che non è in grado ancora neanche di decidere come vestirsi, abbia addirittura la responsabilità di scegliere il meglio tra le proposte di come si affrontano le cose, la vita. Un compito inaffrontabile. E’ chiaro allora che la tentazione di ritirarsi dalla proposta educativa e ,nel tentativo di far meno danni possibili,  dargli solo competenze è un danno grave al bambino stesso.

 

Domanda: cosa perde, dal punto di vista della conoscenza, un bambino che non ha un maestro prevalente?

Bassani: Un bambino cresce e conosce, sono funzioni connesse. L’oggetto da conoscere è la realtà nelle sue molteplice forme; anche nella scuola primaria compaiono le discipline, come metodi e linguaggi diversi per conoscerla. Ma la realtà, prima di essere conosciuta nei suoi diversi fattori va guardata e va guardata tutta intera, come essa è. È vero che il bambino ha un approccio globale alla realtà, ma noi vediamo bene che poi sono i particolari a colpirlo e a destare le sue domande. Allora egli ha bisogno di un punto sintetico, cioè il maestro, che davanti alla complessità raccolga la sua domanda su un particolare e la metta in relazione col tutto di cui fa parte, chiarendo via via il significato di quel particolare.

Questa non è una tecnica che si impara da un libro, ma un modo di essere che s’impara in un rapporto e questo è vero sia per i bambini che per gli insegnanti giovani.

Il maestro è il primo a guardare la realtà da conoscere e a trovarla “interessante” lui stesso. È innanzitutto lui ad operare dei nessi tra ciò che vede ed il tutto (dando così senso al particolare), tra particolare e particolare (mettendo ordine fra le cose da imparare), tra sé stesso e i contenuti; questi nessi e la tensione ad operarli passano ai bambini, nel rapporto quotidiano con loro.

L’intelligenza, la capacità di usare la ragione e di conseguenza l’apprendimento sono legate alla capacità di stare con tutto sé stessi davanti alla realtà, cogliere i fattori in gioco ed operare dei nessi.

Quanti bambini hanno difficoltà d’apprendimento che compensano grazie alla capacità di mettere in moto tutta la loro  persona, connettendo ciò che stanno conoscendo con sé in modi misteriosi ma proficui!

Noi desideriamo crescere persone capaci di star di fronte alla complessità ( e alla bellezza) della realtà; non vorremmo abituarli a pensare ad un pezzo per volta, ad agire a settori, parcellizzando tutto. Questo non significa non dare ordine agli apprendimenti, anzi: è proprio insegnando un rigore nel metodo di ogni disciplina che per un bambino è possibile conoscere, attraverso quel metodo, i fatti storici, scientifici, geografici ed impararli, scoprire l’armonia e la logica dei contenuti matematici, la bellezza di un uso limpido e corretto delle parole della nostra lingua.

C’è un corollario a queste riflessioni. È risaputo che la motivazione all’apprendere incide parecchio sull’efficacia dell’attività d’insegnamento, quindi ogni azione tesa a cogliere e valorizzare l’interesse che compare nei bambini è ben spesa. Una permanenza maggiore di un maestro nella classe permette di raccogliere con più libertà le domande dei bambini, quando esse compaiaono. La conoscenza è destata da una domanda, ma spesso non abbiamo neanche il tempo di ascoltare queste domande o pensiamo che sia meglio continuare secondo lo schema prefissato. Faccio sempre l’esempio della maestra che, essendo caduta una bella nevicata, posticipò la lezione di scienze prevista al giorno dopo, “permettendosi” di proporre ai suoi bambini di dipingere quella bella neve: una lettura d’autore ben compresa e gustata e quella pittura permisero ai bambini di scrivere sulla nevicata testi veramente significativi.

Da ultimo, la presenza di un maestro prevalente aiuta l’apprendimento perché l’organizzazione è più rispettosa dei tempi dei bambini, cosa non sempre possibile dovendo conciliare orari intrecciati fra classi diverse. Il maestro sceglie di mettere la “novità” del giorno all’inizio della mattinata, quando sono più ricettivi, e può permettersi di cambiare l’ordine delle attività perché ha guardato i propri bambini e ne ha visto la necessità, senza il patema di dover lasciare il posto all’insegnante successivo.

 

 

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Bello e stimolante l'intervento. Condivido anche se prevalente non significa unico (o quasi unico).
Nella mia primaria l'insegnante specialista d'inglese potrebbe essere anche prevalente in una classe, per esempio.
C'è del positivo anche nella scelta di due maestri: uno per l'area umanistica, l'altro per scienze: anche nei primi due anni, perché no? Un insegnante che si specializza riesce ad aggiornarsi con maggiore continuità (è un po' difficile farlo su 6-7 discipline).
Ma al di là del merito, su cui la discussione sarebbe lunga, c'è un problema di metodo: perché si continua a far finta che non esista l'autonomia? Perché non lasciare alle scuole, fissati alcuni parametri nazionali, di decidere e rendere ragione alle famiglie delle scelte operate.
Per rimanere al (bellissimo) esempio della neve: quello che conta è che le (eventuali) due insegnanti si accorgano che nevica e si parlino: nella mia scuola accade.
Nevica! Governo statalista.
 Data: sabato 15 novembre 2008 

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