Rassegna stampa

“Blended”: sta nel whisky il segreto della (nuova) didattica?

― 13 Settembre 2021

Luisa Ribolzi, ilSussidiario.net, 13.09.2021

“L’estate è dedicata spesso al riordino dei testi accumulati negli anni, e questo consente talvolta il recupero di  considerazioni preziose: è il caso di un testo di Michele Pellerey del 2015 che mi era sfuggito, e riprende tra altri un rapporto dell’Ocse del 2012 sull’uso delle tecnologie digitali per l’apprendimento. Forse una lettura del saggio in questione, e dei testi che cita, avrebbe potuto supportare l’utilizzo della Dad, ed evitare alcuni errori.

Ad esempio, sarebbe stato importante sapere che nelle sperimentazioni “si è constatata una certa riluttanza degli studenti ad utilizzare nei loro impegni scolastici gli stessi strumenti comunicativi che quotidianamente valorizzano nell’essere connessi con i loro compagni”. I ragazzi vivono immersi in un flusso di comunicazione continuo, in cui quello che conta per promuovere l’autostima non è il giudizio dell’adulto, ma l’approvazione dei pari, il mitico like.

La finalizzazione dei contenuti scolastici (l’apprendimento) è profondamene diversa da quella dell’esperienza quotidiana, per cui c’è un salto logico ed esperienziale nell’utilizzare strumenti famigliari, tablet e telefonini, per conseguire un altro scopo, cioè “il primo e più assoluto obiettivo formativo” che “è quello di aiutare ciascuno a sviluppare la capacità fondamentale di progettare, gestire e valutare se stesso”.

Per sofisticati che siano gli strumenti tecnologici, non si può prescindere dalla necessità che l’uso sia “guidato da esseri umani” e abbia i ritmi di un apprendimento che preveda momenti di lentezza e profondità necessari alle sintesi cognitive, una sorta di “riposo digitale”. L’eccessivo ricorso alla comunicazione su schermo provoca distorsioni nelle relazioni: ho appreso che si parla di phubbing, termine che ignoravo, per indicare chi privilegia la comunicazione digitale su quella umana, per esempio rispondendo al telefono mentre sta parlando con persone in presenza, esperienza che tutti abbiamo fatto, o subìto”.

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