Rassegna stampa

Letture storiche. La “nuda vita”, il Sessantotto dimenticato e le domande che restano

― 1 Dicembre 2021

Philip Helpurn, ilSussidiario.net, 01.12.21

“Nel momento esatto in cui, alle dieci e trenta del mattino, la delegazione di Venezia (sventolando la bandiera rossodorata del Leone di San Marco) entrava nel piazzale, si allargavano le nuvole che fino ad allora avevano ingrigito il cielo, e irrompeva il sole. È stato un segnale positivo, al primo Raduno nazionale degli studenti universitari contro il passaporto verde, tenutosi nel classico parco di Bologna (i “Giardini Margherita”, dove generazioni di bolognesi sono cresciute giocando in seno a un pezzetto di natura), il 27 novembre scorso. Ma il gruppo degli studenti non era troppo numeroso (150-200 giovani). Si trattava tuttavia della prima iniziativa di questo genere in Italia e forse in Europa (come indicavano i messaggi di solidarietà giunti non solo dalla Germania, ma anche da Stati in certo senso “inattesi”, come la Lituania e la Svizzera); e le regioni italiane rappresentate ai Giardini erano molte.

Chi dunque era lì in quella mattina può ben dire di essere stato “presente alla creazione” (espressione un po’ enfatica di quella lingua tendenzialmente enfatica che è l’americano): era la creazione di un movimento politico e culturale, che può avere un futuro importante; e la piccolezza del nucleo iniziale non è necessariamente un brutto segno, nella dinamica effettiva di questi fenomeni.

È comunque un bene che ciò sia accaduto a Bologna: l’università, e la città che la ospita, dovrebbero accogliere con interesse questa novità. Che non ha pretese rivoluzionarie (l’aggettivo, grazie al cielo, è quasi scomparso da tali contesti), e non è nemmeno una rivolta, ma semplicemente una civile protesta, e una forma di resistenza civile. I ricordi dei pochi anziani che sostavano interessati ai margini del gruppo avrebbero potuto riandare (fatte le debite proporzioni) al Sessantotto, data peraltro che per gli studenti lì raccolti apparteneva alla storia premoderna, quasi come l’anno Quarantotto dell’Ottocento. Ma questo, appunto, era il problema: la storia lascia solchi profondi, anche dentro coloro che non se ne rendono conto”.

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